Nell’antica Grecia i centauri, creature metà uomo e metà cavallo, guidati dal loro maestro Chirone, correvano liberi per i boschi e lungo le pendici dei monti. Queste storie, i professori, le raccontavano agli allievi del ginnasio suscitando fantasie diversissime che addolcivano i sacrifici sopportati per adeguarsi alle regole ferree della scuola.
Da queste fantasie, il più delle volte inenarrabili e indicibili, sorse in Checco Costa l’idea di ricreare l’atmosfera dell’antica Grecia dei centauri e così pensò di portare nel parco naturale della sua città natale Imola, singolari e incredibili cavalieri che erano poi i piloti di moto (così fece pure quando portò nel 1949 il moto cross, allora sconosciuto in Italia, nel parco delle Acque Minerali). A dire la verità il pensiero di un autodromo a Imola non fu solo di Checco Costa, ma di un gruppo di amici appassionati di motociclette, di cui ricordo oltre a quelli storici, Graziano Golinelli, Ugo Montevecchi e Alfredo Campagnoli, Gualtiero Vighi per la sua innata simpatia.

In una notte di estate del 1947 questo gruppo di pionieri camminando in Via Romeo Galli, una stradina che congiungeva le Acque Minerali al ponte sul Santerno, disegnò un piccolo circuito: via dei Colli, raccordo dalla Tosa alla Piratella, via Romeo Galli, un percorso che non arrivava ai 4 Km. e con un’ampiezza della sede stradale di circa 6 m.
Ma la fantasia umana non ha limiti e talora scrive il futuro e il destino degli uomini.
Checco Costa, sognatore e desideroso di creare qualcosa di unico non si accontentò del piano concertato dai pochi amici, cominciò a guardare quei luoghi con gli occhi del desiderio e da una lucida intuizione trasse i germogli che diedero il disegno definitivo all’autodromo di Imola.

Amante della natura e della scienza agraria, infatti alcuni grani portano ancora il suo nome, conosceva benissimo quei luoghi e ancora di più conosceva il podere Rivazza dove bambino, con il fratello Luigi che oggi, valente pittore, vive ancora in Imola, trascorreva le vacanze estive calato nella natura e immerso in quell’innocenza che crediamo eterna quando siamo fanciulli.
L’amore per le moto, il parco del Castellaccio, il progetto di un piccolo circuito abbozzato con gli amici del cuore stimolarono in Checco la conoscenza e la fantasia che, forse, sono una delle spiegazioni che l’uomo si dà per comprendere la scacciata dal paradiso terrestre.

E in quella notte d’estate, nelle tenebre del parco, illuminate dalla luce lunare, che è la più adatta a vedere meglio le ombre con cui sono intessuti gli esseri umani, nacque l’idea dell’autodromo (5 Km. di lunghezza con una larghezza di 9 m, per l’esattezza 5.017 m) e il disegno definitivo, unico e irrepetibile, dell’attuale autodromo di Imola.

Questa idea, come fragile creatura, fu accolta, aiutata, cullata e nutrita da tanti, ma solo uno ne fu padre per sempre: Checco Costa.
Checco Costa si occupò anche del disegno delle curve, del loro raggio e di quella particolare forma detta “lemniscata” e lottò perché la pavimentazione del piano viabile fosse eseguita con la consulenza dell’Istituto Sperimentale Stradale del Touring Club.
Allora, vigeva la legge Romita che il geometra Campagnoli pensò potesse favorire la realizzazione del progetto e, guarda caso, Silvana, moglie di Checco, conosceva il Ministro, amico fraterno del padre.

Silvana poteva vantare una bellezza che la rendeva insolitamente unica, ma questo non era il suo merito principale. La signora Costa, forse non lo sa ancora adesso, era il volto dell’anima di Checco, l’aspetto femminile di un uomo che aveva trasceso il mondo ed il desiderio per abitare in un misticismo quasi francescano da dove poteva accedere ai misteri della natura e alle fonti della genialità e della creatività.


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