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Durante il Gran Premio di Australia ci è venuto a trovare alla Clinica Mobile Mick Doohan, grande campione di un passato recente e mio amico.
Era accompagnato dalla graziosa moglie Selina e dai due suoi splendidi figli Allexis e Jack.
Quando l’incontro, nasce nel mio cuore la nostalgia della nostra incredibile storia, il ricordo di una dimensione dove l’amicizia era un dono reciproco.
L’emozione dell’incontro mi ha ricordato le parole che ho scritto di Mick nelle pagine di Grand Prix College, il libro che ho scritto di recente:
“… La sua era una tensione smisurata, la ricerca di qualcosa, “un’indefinita immagine interiore”, pura adrenalina, come lui ha detto in un’intervista, qualche cosa che noi non conosciamo. Forse Doohan correva contro se stesso. Forse, come Faust, aveva fatto un patto con Mefistofele, il diavolo che non sarebbe mai stato capace di accontentarlo. Una scommessa che Mick ha sempre onorato e vinto, perché Mefistofele non è riuscito a saziare la sua fame di spingersi sempre oltre il limite. Il formidabile pilota cercava l’impossibile per provare l’irresistibile entusiasmo che lo faceva stare presso gli dei, non certo presso il diavolo.
Per questo io amo Doohan. Lo amo perché l’ho distratto dalla ricerca dell’assurdo che l’avrebbe portato a ferirsi gravemente. L’ho reso virtuoso. Io ero la sua misura e un Doohan misurato era invincibile.
Quando nel ’98 mi portò sul podio e mi presentò alla folla degli australiani in delirio, abbracciandomi e sollevando il mio braccio come se avessimo vinto insieme, io non mi accorsi che quello era un congedo. Ero accecato dalla gioia e dalla gloria e non capii. Non avrei mai più avuto quel compito che avevo avuto per cinque anni. Senza che io me ne accorgessi, Doohan mi stava confessando che avrebbe ripreso la sua strada senza fine, che sarebbe tornato a essere preda della sua follia. I cinque titoli di campione del mondo lo avevano messo nella condizione di dirsi: adesso posso riprendere la mia strada interrotta nel ’92 e ripresa per un attimo nel ’95. Infatti si andò a massacrare contro un cartellone di Jerez, dopo avere già fatto il record della pista … Quel giorno la pista era infida e tutti i piloti erano rimasti ai box. Lui uscì e conquistò la pole position, infliggendo più di un secondo agli altri. Mise una volta la ruota su una striscia bianca all’esterno di una curva e la moto si pose di traverso. Poi tornò su quella striscia a una velocità superiore e si intraversò ancora, solo che quella volta andò a crocefiggersi sul cartellone e gli infissi di ferro che lo sostenevano entrarono nel suo petto fino a sfiorare il cuore. Era il 7 maggio 1999: il giorno in cui è finita la sua storia. Doohan era di nuovo preda della sua furia, era tornato a sfidare quei fantasmi interiori che non sono altro che la promessa dell’eternità. Lui non cercava la verità di tutti i giorni, perché la verità di tutti i giorni era, banalmente, la vittoria. Lui cercava la vita assoluta.”
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