È il 1993. Il mondo è attraversato da profondi cambiamenti culturali, rivoluzioni sociali e progressi tecnologici. Le vecchie ideologie lasciano spazio a nuove idee e a un crescente desiderio di libertà. L'ondata del minimalismo spazza via gli eccessi degli anni Ottanta e ridefinisce i canoni dell'estetica. Mentre il cinema abbraccia la magia degli effetti speciali, la musica dà voce allo spirito ribelle che arriva da Seattle e lo sport celebra leggende come Michael Jordan e Ayrton Senna, un'altra icona si prepara a lasciare il segno.
A Borgo Panigale, Ducati sta vivendo uno dei momenti più significativi della propria storia. Sul fronte sportivo, i successi nel Campionato Mondiale Superbike di Raymond Roche, prima, e Doug Polen, poi, portano il marchio ai vertici del mondo. Sul piano commerciale, però, l'azienda è ancora alla ricerca di una piena stabilità. Con così tanto in gioco, i fratelli Castiglioni, proprietari dell'azienda, riuniscono una squadra da sogno di ingegneri, tecnici e designer guidata da Massimo Tamburini.
Brillante, appassionato e ossessionato dalla perfezione, Tamburini ha un'idea chiarissima di ciò che dovrà essere l'erede della 851. Anzi, sa esattamente cosa debba essere una vera Ducati. Una moto diversa da qualsiasi altra, e certamente diversa dalle giapponesi dell'epoca. Una moto con un'identità chiara e inconfondibile. Una moto destinata a creare una categoria tutta sua.
Il team lavora nel più assoluto riserbo. A ogni evoluzione del prototipo, invece di ricorrere alla galleria del vento, è lo stesso Tamburini a salire in sella e a percorrere le strade tra San Marino e Rimini. Soprattutto nelle giornate di pioggia, quando osservare il modo in cui le gocce d'acqua scorrono sulla carenatura gli permette di studiare il comportamento aerodinamico della moto. Non è un caso che venga poi definito il Michelangelo del motociclismo. Proprio come uno scultore, Tamburini modellava le sue moto fino a raggiungere la perfezione.