Hai avuto un percorso straordinario, unico nella storia. C’è qualcosa del tuo carattere che oggi senti come un limite? Un nodo da sciogliere per riuscire ad andare ancora oltre?
Sì, penso che ognuno abbia un carattere che lo accompagna per tutta la vita. Nel mio caso, ho sempre avuto un’indole molto decisa, molto diretta. Fin da ragazzino sono stato uno che voleva vincere, sempre. Non importava che fosse una gara ufficiale o un allenamento con gli amici. Io volevo dare il massimo, spingere ogni volta fino in fondo. E questo mi ha aiutato tantissimo a costruire la mia carriera, perché se non hai questa fame, questa voglia di rischiare, di superarti, è difficile arrivare dove sono arrivato.
Ma col tempo, con l’esperienza e anche con le difficoltà — soprattutto con gli infortuni — ho capito che non sempre “dare tutto” è la scelta giusta. A vent’anni non ci pensi: cadi e ti rialzi. A trenta inizi a riflettere un po’ di più. Inizi a capire che la gestione del rischio è parte del gioco.
Che serve anche sapere quando aspettare, quando osservare, quando ascoltare il corpo e la testa. Questo non significa cambiare il proprio carattere, ma imparare a usarlo in modo diverso.
Il mio carattere non è diventato più debole, anzi. È diventato più lucido. Prima era un fuoco costante, ora è un fuoco che so controllare. Non rinnego nulla del passato, perché ogni errore e ogni eccesso mi hanno insegnato qualcosa. Ma oggi, se guardo indietro, sono felice di aver imparato a dosare, a scegliere i momenti. E questa consapevolezza è forse uno dei cambiamenti più importanti che ho vissuto come pilota e come persona.