Tra genio e follia:
nella mente di un designer.

Intervista a Jérémy Faraud, designer del Centro Stile Ducati
e creatore dello Streetfighter V4, la supernaked Ducati
ispirato al cattivo più pazzo di sempre: il Joker.

Lavorare come designer significa saper bilanciare componente creativa e razionale, istinto e riflessività. Questo significa che un designer ha multiple personalità?

Jérémy - Il lavoro del designer è a metà strada tra quello di un ingegnere e quello di uno stilista. Il suo obiettivo è materializzare un’idea estetica in modo coerente rispetto alla realtà sociale e industriale. Nel suo processo creativo indossa diversi cappelli. 

All’inizio è un artista: solo, con matita e foglio bianco, senza nessuna costrizione né condizionamento tecnico o tecnologico. Poi comincia a pensare in modo via via più ingegneristico, si cala nella realtà del mondo circostante e traduce l’idea su carta in un progetto fattibile e in un prodotto utilizzabile.

Circuiti mentali

Capita mai che si scatenino dei conflitti, ad esempio concependo qualcosa di tremendamente bello ma impossibile da realizzare?

Spessissimo. È una parte frustrante del suo lavoro. Ma è anche molto eccitante. Perché immaginare qualcosa che ancora non è stato fatto significa creare una nuova possibilità. E anche se oggi quella cosa appena immaginata non si può fare, questo non significa che in futuro, grazie a nuove tecnologie o a contesti differenti, non si potrà realizzare.

Ego-mania

Le creazioni di un designer sono un riflesso del suo ego?

Non direttamente. Un designer deve avere la capacità di disegnare oggetti completamente diversi tra loro. Ma ogni designer ha la sua personalità, i suoi valori, il suo messaggio da gridare al mondo. Questo filo comune, quest’anima unica e distintiva, li si possono trovare sempre, in tutti i progetti che portano la sua firma. Io vedo la moto come un giocattolo. Per me una moto non può essere qualcosa di troppo serio. Deve far divertire. Questa è la linea direttiva del mio design, che mi porta a concepire moto dall’aspetto grezzo, non troppo definito. Sofisticate nella tecnica, ma semplici nell’idea e nell’estetica finale.

Ci sono degli elementi che ti fanno appassionare più di altri in un progetto di design?

Il frontale e il serbatoio. Il frontale perché è un po’ come il viso di una persona. Le emozioni e il messaggio che la moto vuole trasmettere passano attraverso il proiettore, il frontale. È da lì che si può capire se la moto sarà aggressiva, simpatica, diverente. Poi il serbatoio perché rappresenta il corpo della moto. Ed è dal serbatoio che si intravvede l’atteggiamento della moto, anche da ferma.

Ai limiti della follia.

Com’è nato l’accostamento con il Joker?

Lo Streetfighter V4 è una moto dalla doppia personalità: va forte in pista e domina sulle strade normali. 

È nata come una superbike e cresciuta come una MotoGP, ma è adatta anche alla guida in città. È una moto pazzesca. 

Come lo Streetfighter V4, anche il Joker ha una doppia faccia. È un clown, fa ridere e divertire. Ma è anche tremendamente cattivo. Tre anni fa, quando ha cominciato a disegnare la moto, il Joker era quello di Jared Leto in Suicide Squad. Un Joker molto più pazzo, più hooligan, che terrorizzava la città a bordo della sua Lamborghini rosa.

La creatività crea dipendenza?

Ognuno di noi vede la creatività in modo diverso. Io quando disegno entro come in un’altra dimensione. Sono da solo con me stesso, il mondo esterno non esiste più, il tempo si ferma e posso fare tutto quello che voglio. È meraviglioso.

Redline
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