Parvin, da dove arrivano tutte queste anime diverse nella tua storia?
Sono un’ingegnere industriale, figlia di un ingegnere meccanico. Seguendo le orme di mio padre, fin da piccola, nell’azienda di famiglia, ho imparato ad apprezzare la tecnica e la meccanica italiana: è un’eccellenza che ci viene riconosciuta a livello globale, e che portiamo nel nostro DNA. La mia personalità è arricchita anche dalle mie origini: sono figlia anche di un altro mondo, il Medio Oriente. Fare convivere in sé due tradizioni, due culture è una grande risorsa: è come avere due cervelli, che ti permettono sempre di osservare la realtà da differenti punti di vista.
Meccanica, motori, motociclette… Verrebbe spontaneo pensare che da un interesse derivino anche gli altri. È andata proprio così?
Sì e no. In casa c’era l’amore per i motori, ma non c’erano motociclisti. La moto è stata per me una passione assolutamente personale, potrei dire che me la sono quasi conquistata, grazie alla mia determinazione. Come molti adolescenti insistevo in modo estenuante per avere il motorino prima, e la moto poi. Ma i miei genitori, come spesso accade a quell’età, non mi hanno mai assecondata. Quando finalmente ho potuto contare su maggiore indipendenza e libertà la mia passione è tornata fuori con tutta la sua forza! A 30 anni mi sono decisa a farmi questo regalo eseguendo la mia passione per la meccanica italiana non potevo che scegliere una Ducati: sono entrata nel concessionario più vicino, in gonna e tacchi alti, un abbigliamento “da ufficio” non proprio perfetto per la situazione, e ho detto “voglio questa!”. Sono andata a iscrivermi alla scuola guida il giorno dopo. Era la mia prima moto, uno Scrambler Icon 800 che ho poi totalmente customizzato, partecipando anche alla Custom Rumble, l’unica competizione internazionale ufficiale dedicata agli Scrambler “speciali”.