“In “A Piece of Timeless” emerge chiaramente il rapporto cinema-motociclismo. Ci puoi dire qualcosa di più?”
“Può sembrare strano ma cinema e motociclismo hanno molto più in comune di quanto si pensi. Sul set, così come in moto, esiste una sorta di soglia. Nel cinema, prima di girare una scena, c‘è sempre confusione e una miriade di mille micro-problemi. Poi, all’improvviso il rumore di fondo sparisce, come se il mondo rimanesse chiuso fuori. In moto accade lo stesso. Ti trovi dentro ad una bolla tutta tua. Al giro di chiave e all’accensione del motore, pensieri e preoccupazioni svaniscono. Resta solo il presente, il qui ed ora. È come se la testa, il cuore e il corpo diventassero un tutt’uno. Ci sono poche cose che ti fanno sentire così libero, come andare in moto o come recitare. In quei momenti sei fori da tutto, in un altro mondo, e in qualche modo la mente si abbandona.”
“E se dovessi scegliere tra recitazione o andare in moto?“
“Impossibile, non riuscirei a distaccarmi né dall’una né dall’altra. Sono due parti di me, e quando riesco a farle convivere sul set è il massimo. È bellissimo quando in un film ti chiedono di guidare una moto, è l’apice fra recitazione e guida. Il problema è che non te la fanno mai guidare abbastanza. Entrambe le cose ti permettono di proiettarti in un mondo possibile, quasi sovrumano. Ma c’è una differenza sottile: nella recitazione indossi una maschera, interpreti un ruolo che non sempre ti appartiene. In moto questa maschera cade. Resti solo tu, in simbiosi con la moto. Quando guido, un po’ come quando entro in scena, vivo una sorta di sospensione dal tempo e dallo spazio. Se dovessi descrivere questa sensazione di sospensione pura direi che è come trovarsi in un pezzo di eternità.“