Sono le partite a fare i giocatori dicevamo, ed è proprio da queste tre sconfitte che immaginiamo tutta la fragilità emotiva di un ragazzo discreto come Jannik Sinner. In mezzo altre sconfitte brucianti (contro Rune a Montecarlo, contro Tsitsipas in Australia) e quella sensazione che manchi sempre qualcosa al raggiungimento della gloria nel suo percorso.
Finito Wimbledon però arriva l’estate, una forma diversa e un repertorio di colpi più vario di quello che eravamo abituati a vedere. Settimana dopo settimana, partita dopo partita, ma soprattutto vittoria dopo vittoria, Sinner inizia a giocare leggero. Inizia, soprattutto, a divertirsi.
Arrivano importanti scalpi, prima Alcaraz, poi Medvedev per la prima volta e infine Djokovic, per due volte in una settimana. Il Sinner che ci ha dato il 2023 è un tennista maturato tennisticamente e in grado di rendere quelle sue fragilità emotive - spesso non considerate - il valore aggiunto del suo gioco.
Nel finire di stagione vola, sorride e inizia seriamente a divertirsi. A fine anno, 16 dei primi 17 giocatori al mondo hanno tutti perso l’ultimo incontro giocato con lui, a testimonianza di una crescita spaventosa e di una varietà d’iniziative sul campo che lasciano entusiasti pubblico e addetti ai lavori.
Eravamo abituati al giovane prodigio che da fondo campo imponeva un ritmo difficilmente sostenibile per la maggior parte dei giocatori. Ma che poi, come accaduto a tanti sportivi prima di lui, nei momenti di precaria lucidità fisica e psicologica faticava a trovare nuove soluzioni, chiudendosi dentro il suo mondo.
Da quelle sconfitte, maledette sconfitte, che sembravano poter frenare la sua ascesa, Sinner ha imparato a capirsi e migliorarsi, nella contraddizione più complessa e difficile da comprendere per un giovane sportivo: ovvero che nelle sconfitte c’è la chiave per poter vincere ancora.